Barnum

Se al gigante pietrificato di Cardiff nessuno crede più

I baci appassionati a leoni della savana, gli abbracci a tigri e dromedari, le evoluzioni di acrobati e trapezisti, le gag di clown e attori, le parate trionfali di artisti inguainati in costumi che luccicano in un tripudio di piume di struzzo che sembrava senza fine, non ci faranno, mai più, compagnia.

Il circo Barnum, dopo 146 anni di attività, ha chiuso definitivamente i battenti.

Sembra una notizia fake. Invece è vera.

Nato nel 1872 come Museo dei Grandi Viaggi, Serragli, Carovane ed Ippodromi, rapidamente ribattezzato lo spettacolo più grande del mondo, mostrava da oltre un secolo i suoi prodigi artistici ad un pubblico di affezionati.

Phineas Taylor Barnum gli aveva dato vita dopo aver inventato l’American Museum e aveva portato sotto un tendone che sembrava uscire ogni sera come un coniglio bianco dal cappello di un mago, elefanti, cavalli, leoni, orsi, lo scheletro di Cristoforo Colombo, la sirena delle isole Fiji (un busto di scimmia legato alla coda di un enorme pesce), Joyce Heth, una donna di colore che dichiarava 161 anni di età e pretendeva di essere stata la nutrice del presidente George Washington, Buffalo Bill e Toro Seduto. Fra gli altri.

Barnum's Freaks
The ‘freaks’ at Barnum’s menagerie.

Nel terzo millennio, dopo diversi passaggi di proprietà, cadute e rinascite, ultimo rimasto nella sua categoria a muoversi su rotaia, il circo viaggiava su e giù per l’America su due treni da sessanta vagoni ciascuno. Proponeva 2 spettacoli differenti, organizzati in una doppia tournée che si esibiva ad anni alterni ma che incontrava sempre meno il favore del pubblico. Oggi al gigante pietrificato di Cardiff non crede più nessuno, di donne barbute ce n’è a volontà e i lillipuziani non vengono più considerati degni di nota, nemmeno dalle favole.

Per quanto la voce degli animalisti si sia levata, non senza ragione, contro questa incredibile arca di Noè, addomesticata a colpi di frusta, incatenata, imbellettata, stupefatta da lustrini e finimenti in lamè, al grido di battaglia “Bye-Bye Animal Abusers”, la storia del circo Barnum dovrà comunque essere consegnata ai posteri. Perché perdere del tutto questa esperienza significa perdere un po’ della nostra capacità di sognare.

YouTube può offrirci la registrazione dell’ultimo spettacolo che probabilmente, così, non potrà mai essere derubricata dalla memoria collettiva, né sfuggire all’incalzare del tempo. Ma le foto d’archivio teniamocele strette perché anche in bianco e nero raccontano una storia così affascinante che sembra a colori.

I 500 artisti l’ultima sera hanno pianto. I 100 animali rimasti forse no.

Sullo sfondo dell’arena, una volta spente le luci, la magia ha dato la mano alla fantasia e il sogno all’illusione, anche grottesca, di un mondo che non c’è più ma che, con tutte le sue contraddizioni, vale la pena ricordare.

Come diceva Phineas Taylor Barnum “Molte persone, nel complesso, sono ingannate dal non credere in nulla, e non dal credere troppo.”

 

 

La solitudine degli animali

Qualcuno di noi è nato libero. Gli scheletri danzanti della Nuova Guinea ad esempio, gli aborigeni australiani, i cacciatori kazaki della Mongolia, alcune remote tribù della steppa, diverse etnie africane. Ma non mi riferisco a loro. Parlo delle creature che hanno agitato la coda e allungato il collo in una savana, che si sono addormentate nel cuore di fronde impenetrabili, che hanno partorito e poi nutrito i propri cuccioli osservando una sola legge. Quella della natura.

Poi è arrivato lo zoo e con lui la solitudine. Per toccarla con mano bastano le immagini scattate da Britta Jaschinski e Jo-Anne McArthur in diversi zoo del Vecchio Continente. Sono fra quelle che sono state esposte al Parlamento Europeo nell’ambito della campagna Born Free. Un’indagine che ha coinvolto circa venti Paesi. Una denuncia che non ha bisogno di parole per raccontare le condizioni in cui questi animali, spesso, sono costretti a vivere.

Uno schiaffo, iconografico, alla nostra, altrimenti impermeabile, indifferenza.

Tigri, leoni, elefanti, scimpanzé, giraffe, delfini, orsi. Anche in Italia li trattiamo al nostro peggio. Su 68 strutture riconosciute solo 5 sono risultate in regola con le direttive dell’Unione Europea. I giardini zoologici possono trasformarsi in veri e propri lager per ospiti permanenti increduli, attraversati da una malinconia che passa dritta attraverso i loro occhi.

Il mondo è ricco di spazi dedicati agli animali e al consumo turistico che gravita attorno ad essi: zoo safari, rettilari, delfinari, bioparchi, acquari, parchi marini. Ogni volta che ci andiamo a spasso facciamo questa considerazione: la solitudine non è solo umana. Fa male in modo universale.

La tigre che si aggrappa a un muretto per guardare oltre il muro di recinzione ci ricorda, dolorosamente, che qualcuno di noi è nato libero. Un privilegio che non è toccato nemmeno a parecchi dei nostri animali da compagnia, spesso tragicamente umanizzati, perfino nel look, qualche volta fatti oggetto di attenzioni maniacali che tolgono respiro alla loro natura.

Imporre a un cane, nel periodo natalizio, di indossare un maglioncino con il muso della renna Rudolph ricamato e un ponpon rosso luccicante non è solo crudele. È bestiale.

 

 

L’orso pittore

Dopo che nel regno della fantasia l’han fatta da padrone Yoghi e Bubu, il mitico Baloo, Little John di Robin Hood,  Winnie The Pooh di A.A. Milne, e in natura l’orso Grizzly, l’orso bruno e il nobile e bianco orso polare, nella vita reale, ora, ci fa compagnia l’orso pittore.

In questo strano mondo che spesso ci sorprende intrappolati in uno specchio anamorfico, qualche volta la realtà che vediamo non è deformata, ma di forma differente.

L’orso Juuso, ospite del Kuusamo Predator Centre, sta spopolando come artista in Finlandia, dacché si è scoperto che si diverte a dipingere strofinandosi prima sul colore e poi su tela. Le sue opere, da subito molto apprezzate, sono state acquistate anche per 300 euro ciascuna. Gli introiti che la vena artistica del gigantesco plantigrade ha assicurato al centro per animali finlandese sono stati fino ad ora reinvestiti nel mantenimento di altri orsi orfani ospiti della struttura.

Albert Einstein ha detto: “La creatività è l’intelligenza che si diverte” e bisogna vedere come Juuso si impegni a dargli ragione, mentre i suoi genitori adottivi, Sulo Karjalainen e Pasi Jäntti, lo guardano scegliere i colori e … lavorare.

Ecco. Ci fa davvero piacere aver incontrato un orso pittore. Nella sua semplicità animale ha molti pregi, in effetti. Non predica l’appartenenza o l’invenzione di alcuna corrente. Non fa capricci. In cambio del suo operato s’accontenta di qualche acino d’uva. Si strofina tutto imbrattato di colore come un animale felice e appagato. Le occhiate feroci le lascia agli artisti depressi.

È il protagonista, involontario, di un moderno e rinnovato bestiario culturale. Dopo gli animali parlanti, a lungo primi attori della scena letteraria da Fedro a Pennac, era ora che si aprissero le porte agli animali artisti, stanchi di essere solo rappresentati.

Juuso, in qualche modo, ha capito che l’arte è fatta per chi la elegge a propria amica del cuore (© Angela Vettese). Ecco, la vita qualche volta ci svela l’arte dell’impossibile, in modo bestiale.

 

 

Vita da pappagalli

Capitoli 1, 2 e 3

In Australia c’è un pappagallo che sa suonare la batteria. Gli scienziati dell’università del Queensland e i ricercatori della Deakin University non sanno se usa il doppio pedale o la doppia cassa come alcuni fra i migliori batteristi del mondo, se preferisce la spazzola o il rullante, il charleston o il tamburo. Quel che sanno è che per corteggiare la femmina si costruisce da solo una batteria e che è in grado di suonare un ritmo non casuale. Anzi originale. Ogni pennuto ha la sua canzone.

Al cacatua delle palme che vive nella penisola di Cape York, non deve essere sfuggito che un sound come si deve nel corteggiamento fa la differenza e che la base ritmica di qualunque brano non è un dato accessorio.

La bacchetta è un rametto secco lungo circa 20 centimetri, la cassa è la noce di una pianta che si trova lì d’attorno e che lui sistema all’uopo a colpi di becco.

Sono note altre (rare) specie animali capaci di costruire strumenti, che però, in genere, sono funzionali solo all’alimentazione.

Non di solo pane vive il pappagallo.

 

Einstein, uccello attrazione dello zoo texano di Knoxville, se gli va si esibisce cantando “Smoke on the water”. Non che ti sembri di risentire i Deep Purple, ma lo fa con un certo stile. Fumo sull’acqua e fuoco nel cielo e mi sa che è più contento così di quando imita cane, cavallo o altri suoni umani.

Quattro note in salsa blues per uno dei motivi più famosi della storia del rock. Vuoi mettere?

 

Un cartello appeso all’ingresso di un supermercato richiama in modo esotico l’attenzione dell’utenza: “Pappagallo smarrito”. Manca dal giorno tale alle ore tali. (Segue cellulare)”. Un becco arancione su un mantello di penne bianche spicca sullo sfondo di una fotografia che ritrae l’animale sull’erba di un prato. Nel magico mondo (digitale) in cui viviamo siamo circondati da app funzionali a qualunque esigenza, operative 24 ore su 24 ed efficienti ovunque nel mondo. Strumenti di nuova generazione in grado di risolvere una quantità impressionante di bisogni, ma non è proprio “tutto” quello che sono in grado di fare. Se hai perso un pappagallo, ad esempio, non c’è l’app che lo riporta a casa. Puoi cliccare e ordinare subitamente sushi, pizza, hamburger, patatine, una grigliata “masala”, pollo, yogurt, telefonini, fiori, spesa a domicilio. Ma il nuovo fenomeno sociale delle consegne smart non può risolvere un problema domestico come lo smarrimento di un amato pennuto.

Un cartello appeso all’ingresso del supermercato è uno strumento di comunicazione d’altri tempi che in realtà può ancora dare qualche risultato. Infatti l’animale è stato ritrovato.

Un altro annuncio, collocato a fianco, comunica il ritrovamento di una bicicletta. Chi l’avesse smarrita può rivolgersi all’interno del negozio.

Questa bacheca delle cose perdute di quartiere, quasi un tacchi, dadi e datteri di antica memoria, è come una ventata di umanità che mette di buonumore. Anche quel verbo individuato dall’estensore dell’avviso, quel “manca” accanto a giorno e ora della scomparsa, non l’avremmo forse utilizzato in riferimento a una persona piuttosto che a un animale?

Questo pappagallo, così umanizzato, paradossalmente manca del nome, che invece avrà senz’altro.

Alla fine dell’avventura, mi resta la curiosità. Si chiamerà mica Ulisse?

 

 

Ma dove vai se l’uccello non ce l’hai?

L’apericena non basta più. Insalate, vegetali o di pasta, vol au vent, stuzzichini dolci e salati, quiches e tutta la schiera, ben nutrita, di fantasiosi divertissement alimentari tipici del rito laico dell’aperitivo, all’improvviso non sono più up to date. Ammiccano ancora dai tavolini del locale di tendenza, apparecchiano come un raffinato ricamo tavole imbandite in giardini accoglienti, si arrendono al piano bar, al jazz, ai dj-set, ai reading letterari. Ma non sono più trendy.

Lo so, è un colpo per tutti i creatori di eventi, una mazzata per influencer, youtuber, socialite e blogger d’assalto, ma anche se ti spari uno spritz con tempura di verdure appena scodellata dal cuoco giapponese di una rockstar inguainata in una tuta di latex, al giorno d’oggi, senza uccello, non sei nessuno.

Perché Milano, che con buona evidenza è ancora da bere, ha inventato l’aperitivo con birdwatching, che si può consumare con amici o in tête-à-tête, dal tetto di un albergo, da una terrazza, comunque sia da una vetta urbana, per aggiungere volatili e skyline all’almanacco delle opportunità, alcoliche o analcoliche, crepuscolari.

Vuoi mettere un mojito, come dire, a volo d’uccello? Gustando con ghiaccio e menta Prealpi e scorci unici del centro storico mentre stormi di cinciallegre o allegre brigate di germani reali fanno capolino? Fatti un Bloody Mary con un colombaccio, una vodka and soda con un falco pellegrino, una Coca e rum con un parrocchetto dal collare. Che la guida alla postazione migliore l’ha scritta un naturalista e la scienza conferma che gli uccelli sono molto attivi proprio all’ora dell’aperitivo. Nidificano, migrano, si riproducono. Insomma si mostrano volentieri a guardoni green armati di patatine, aperol e binocolo.

L’idea, bisogna dirlo, non è male. Anche perché qualche volta è preferibile inseguire con lo sguardo il volo in picchiata di animali liberi e selvaggi piuttosto che stare a sentire chi ci sta di fronte, col bicchiere in mano. Meglio dare uno sguardo a boschi e castelli, quartieri e caseggiati altrimenti nascosti alla vista, scoprire che proprio a due passi da noi si librano in cielo pappagalli amazzone fronteblu e fieri sparvieri, perché altrimenti, anche senza binocolo, spesso si vedrebbe bene il buio oltre la siepe dello sguardo dell’interlocutore.

I codirosso spazzacamino, lassù sul grattacielo, facciano una allegra comparsata e insieme piazza pulita di temibili esemplari di imbecilli. Sono una specie, non rara, che si muove su due gambe, ha il pollice opponibile (per reggere il bicchiere) e che, purtroppo, ha il dono della parola. Mica sempre è una buona notizia.

Caro gheppio, vien da dire, prosit!

 

 

Giungla metropolitana

Due passi in città e sembra di stare allo zoo. La proliferazione di umani conciati da zebre, lupi e capre impazzite – nuovi avatar di una specie che qualche volta pare aver perso il controllo di sé – si deve in parte alla moda, che non smette di suggerire accessori animalier, in parte alla sua libera interpretazione. La legge della giungla (metropolitana) impone ai consumatori del terzo millennio elefanti, panda e procioni da mettere al polso mentre libellule, cavalli e camaleonti zampettano su borse, pochette, valigie e gioielli. Dal boa di struzzo alle borse di coccodrillo non ci facciamo mancare niente: siamo zebrati dentro, maculati fuori e portiamo con orgoglio la nostra seconda pelle, sicuri che tanto, alla prossima stagione, potremo cambiarla di nuovo, come i serpenti.

Tranne quando l’intervento è permanente: il tattoo di un’otaria gigante che guizza sul polpaccio con la scritta forever young nuoterà felice sotto lo stesso cielo anche l’anno prossimo.

Spesso vestiamo da cani, mentre schiere di inconsapevoli bestiole somigliano in modo sempre più inquietante a tristi Paris Hilton a quattro zampe.

Il confine con il mondo animale non è così netto. Grafici e giornalisti operano in gabbia, le donne – soprattutto se sono a un tempo mogli, madri e lavoratrici – spesso si sentono in gabbia, anche se non hanno il tempo di accorgersene. Chi disprezza gli scarafaggi ha amato i Fab Four più di ogni altra cosa trasformando i Beatles nei migliori insetti antropomorfi che si siano mai visti.

Ecco, si inserisce in questo contesto, a modo suo bestiale, la storia del fotografo indiano Sujatro Ghosh che per protestare contro le condizioni in cui sono costrette a vivere le donne del suo Paese le ha ritratte con una maschera da mucca sul viso, postando le fotografie su Instagram e invitando le donne che volevano partecipare al progetto a contattarlo tramite il medesimo social. L’ha fatto per rappresentare “l’assurdità di un Paese dove occorre più tempo a rendere giustizia a una donna che a una vacca”.

In India, come è noto, la mucca è un animale considerato sacro, intoccabile, difeso alla maniera dell’uomo di Neanderthal da uomini armati di spranghe e bastoni.

In India, come è altrettanto noto, le donne vengono stuprate senza pietà. Secondo le statistiche una ogni 15 minuti. Fra gli innumerevoli massacri registrati dalla cronaca basti la citazione del caso che segue. Due sorelle, dopo esser state brutalizzate, sono state uccise e impiccate a un albero di mango. Avevano 14 e 15 anni. Nel gruppo degli aguzzini anche un ufficiale di polizia. L’inchiesta dei federali indiani ha poi stabilito che si è trattato di un doppio suicidio.

 

Le modelle di Ghosh, travestite da mucche dal collo in su, mentre si proteggono celando la propria identità denunciano il divario fra diritti e rispetto assicurati a un animale, (per quanto sacro possa essere considerato), e i diritti brutalmente negati agli esseri umani.

Raccontano una storia per immagini che non ha bisogno di parole per essere ascoltata.

Guardatela, è un imperativo presente.

 

 

Bugiardi a caccia di Pokémon, vestiti da conigli mannari

Per andare a spasso nella giungla moderna non abbiamo più bisogno di appenderci a una liana, ma un machete forse farebbe ancora comodo. Non per abbattere varchi nella foresta intricata e invalicabile ma per riportare tutti quanti a una dimensione chiara e accettabile della realtà. Che ha cominciato a mutare qualche anno fa quando al sostantivo “realtà” abbiamo aggiunto l’aggettivo “virtuale”.

Come per magia, improvvisamente, si poteva accedere ad un mondo che era più di un alias del nostro mondo, era un alias della nostra vita, della nostra stessa identità. Si poteva andare alla guerra, diventare agenti segreti, fidanzarsi e conquistare galassie lontane. Tutto questo dopo aver tirato giù la serranda di un lavoro d’ufficio dalle 9 alle 5, di un bar dove si servono caffè e spremute, di un negozio dove si vendono abbigliamento e accessori. Da Lara Vattelapesca a Lara Croft in un clic. Ed è sembrato un bel gioco per un po’, anche se per qualcuno è diventato una galera, perché dalle galassie lontane non è più tornato indietro. Poi è arrivata la realtà “aumentata”. Grazie alle nuove tecnologie possiamo guardare ciò che ci circonda e vederlo non come si presenta realmente ma “aumentato” di presenze o informazioni. Fantasmi contemporanei che temo non ci faranno onore con i posteri, dato che per inseguire i Pokémon più di un giocatore ci ha rimesso automobile e patente e che forse avremmo potuto evitare di vestirci da coniglio mannaro su Snapchat.

Poi è venuto l’anno della post-verità, il gorgo delle informazioni non vere però capaci di influenzare grandi eventi di rilevanza politico-sociale. Una volta le chiamavamo bugie. Oggi sono in tanti quelli col naso lungo che spacciano post-verità come se piovesse e insieme al resto delle varianti della realtà contribuiscono a gettarci nella più grande e confusa dimensione di sempre.

Ecco, forse è arrivato il momento di fare un passo indietro. Di guardare la persona con la quale stiamo parlando negli occhi. Di scoprire, fatta salva la fantasia, ciò che abbiamo davanti.

Come diceva Antonio Delfini “La luna è come la libertà: sta in cielo e in fondo al pozzo“.

 

 

Freaks si diventa

Siamo figli di una generazione di fenomeni, come preconizzavano gli Stadio, o di sconvolti come cantava Vasco Rossi. In ogni caso desideriamo soprattutto essere perfetti. Vincenti già dal look, avanziamo su protesi dell’autostima con molti zeri e ci preoccupiamo di due cose in particolare: esserci e piacere. Di recente sono stata invitata a un beauty party, vengo continuamente omaggiata di sconti non richiesti su trattamenti estetici, se entro in profumeria prima tutto mi propongono campioni di prodotti miracolosi per il viso o per il corpo. Cerco di non scoraggiare la mia autostima, anche se tutte queste offerte di aiuto mi fanno sentire come un mazzo di fiori della settimana scorsa. Un po’ appassita.

In questo mondo c’è spazio solo per il fenomeno. Quello vero, non quello da baraccone. I freaks, individui con caratteristiche fuori dall’ordinario che nell’Ottocento diventavano attrazioni per i circhi, oggi sono solo degli emarginati. Come tutti i diversi. Che non ci piacciono ma che dovremmo imparare a guardare con occhi nuovi.

Frank Lentini, siciliano, classe 1889, con tre gambe, due apparati genitali e quattro piedi, divenne una star del freak show negli Usa e con lui un albino, una donna cannone, un incantatore di serpenti e una donna tatuata. Sull’onda di un successo (al tempo) planetario andò in tournée con Elephant Man, uomini scimmia, donne barbute e un gigante alto quasi tre metri. Ciononostante sposò una donna bellissima che faceva l’attrice e a cinquant’anni della morte, la città d’origine che l’aveva cacciato lo ha celebrato.

Nel diciannovesimo secolo anche Toro seduto, grande capo guerriero, guaritore, membro della società della danza, della pioggia e di quella degli spiriti, padre di Piede di Corvo, marito di Capelli Lucenti, è stato per un periodo attrazione del circo Barnum. Era un freak dalla pelle rossa senza più una tenda dove poter andare. “Se il grande spirito mi avesse voluto bianco – diceva – mi avrebbe creato così. Ha messo nei vostri cuori alcuni desideri ed altri nel mio, e sono ben diversi. Non è necessario per un’aquila essere un corvo”.

Un trattato di biodiversità che potrebbe darci ancora molte lezioni.

La città dolente

0. Il trionfo maniacale della “soggettività” corrisponde ad una evacuazione massiva del reale; vi si sostituisce una “realtà” immaginifica intrinsecamente negazionista. Il negazionismo è la peggior forma della negazione e nel contempo l’epitome del relativismo: la più ignobile versione del collaborazionismo.

Postilla: Il negazionismo “neutralizza” il negativo favorendo “l’incistarsi nel sociale” di quel che Roberto Cheloni chiama gli “enunciati del fondamento” divenuti un sistema efficacissimo di produzione ideologica della contraddizione. (R. Cheloni, La società maniacale. Paradigmi e paralipomeni per un suo avvento, Canova, Treviso 1996).

G. Sirena, La città dolente, olio su tela, collezione privata Orvieto

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Le pene del padre (Die Sorge des Hausvaters) (1916-17)

Alcuni dicono che la parola “Odradek” (il Dissuasore, dal serbo odraditi, dissuadere) derivi dallo slavo e tentano di conseguenza di indagarne la formazione (die Bildung). Altri, all’opposto, reputano che il termine derivi dal tedesco e sia soltanto influenzata dallo slavo. L’incertezza delle due interpretazioni, tuttavia, permette a ragione di concludere che nessuna corrisponde al vero (zutrifft), tanto è vero che nessuna di esse permette di trovare un senso nella parola.

Kafka, disegni, in «Obliques», n. 3, Edition Borderie, Paris 1973
Kafka, disegni, in «Obliques», n. 3, Edition Borderie, Paris 1973

Naturalmente nessuno si indaffarerebbe su questi studî, se non ci fosse davvero un essere che si chiama Odradek. Ad un primo sguardo sembra una spoletta piatta a forma di stella e difatti appare anche rivestito di filo; è tuttavia probabile che siano soltanto frammenti strappati, vecchi, annodati, ma anche ingarbugliati di diverso tipo e colore. Non è soltanto una spoletta, in quanto dal centro della stella si diparte una piccola stanghetta trasversale (ein kleines Querstbächen), alla quale se ne aggiune un’altra ad angolo retto. Con l’aiuto di quest’ultima stanghetta da un lato e di uno dei raggi della stella dall’altro, il tutto riesce a reggersi in piedi, come su due gambe.

Si sarebbe tentati di credere che quest’oggetto un tempo abbia avuto una forma adatta a qualche scopo (zweckmäßige Form) ed ora sia soltanto rotto. Ma questo non sembra il caso; o per lo meno non c’è alcun indizio di ciò; da nessuna parte si vedono aggiunte o rotture che diano adito a una siffata ipotesi; il tutto appare privo di senso, ma a suo modo in sé compiuto (in seiner Art abgeschlossen). Del resto non c’è alcunché da aggiungere, poiché Odradek è agile fuori dall’ordinario e non si lascia afferrare.

Si intrattiene di volta in volta nei solai, per le scale, nei corridoi, nell’atrio. A volte non si fa vedere per mesi; magari si è spostato in altre case; ma torna poi infallibilmente a casa nostra. A volte, quando uno esce dalla porta e lo vede appoggiato proprio alla ringhiera della scala, vien voglia di interrogarlo. È ovvio che non gli si possono porre domande difficili: lo si tratta piuttosto, e già la sua mole minuscola ci induce a ciò, come un bambino. “Come ti chiami?” gli vien chiesto. “Odradek”, dice. “E dove stai?” (Und wo wonst du?) “Domicilio imprecisato” (si avverta in Unbestimmter Wohnsitz la tonalità giuridica). E qui la conversazione, di solito si conclude. Del resto tali risposte non sempre si ottengono; spesso se ne sta a lungo in silenzio, come il legno di cui sembra fatto.

Invano mi chiedo cosa ne sarà di lui. Può morire? Tutto ciò che muore ha avuto un tempo una sorta di scopo, una sorta di attività nella quale si è consunto (daran hat es sich zerrieben); ma non è il caso di Odradek. Potrebbe dunque darsi anche che un giorno rotolasse giù per le scale, trascinandosi dietro un filo, tra i piedi dei miei figli e dei figli dei miei figli (vor der Füßen meiner Kinder und Kindeskinder; è il tema delletre generazioni”, che – secondo la mia tesi – percorre l’opera di Kafka)?

Certo, non fa del male a nessuno; ma l’ipotesi che egli possa anche sopravvivermi quasi mi addolora.

Vittorio Sermonti

Ho conosciuto troppo tardi Vittorio Sermonti, anche se è bastato uno sguardo, una parola, una stretta di mano per conquistarmi completamente. Poi la sua lettura della Commedia mi ha accompagnato per tante notti, prima di dormire, mentre a letto ascoltavo in cuffia il cofanetto dei DVD, e la pura forza della sua voce faceva veramente il miracolo – come lui diceva – di rendere Dante un mio contemporaneo, anzi di immetterlo nel buio della stanza, lì accanto a me, mentre ascoltavo  i Canti nella lingua di tutti i giorni, senza alcun bisogno di apparati critici.

Ci sono persone che fanno parte delle mie giornate, quasi fossero interlocutori silenziosi a cui mi rivolgo, persone a cui non mi sono identificato e che si dedicano a me, e Vittorio, stranamente – stranamente per il poco tempo che mi è stato concesso per conoscerlo – mi è così famigliare, ed è una di queste persone. Sergio Contardi, non so come, non so per quale oscura affinità che lui aveva intuito, aveva colto nel segno quando sorprendentemente mi chiese di presentarlo a Milano, a Palazzo Cusani, al convegno Il disagio della cultura nella nostra modernità (12-13 ottobre 2013), io che lo conoscevo solo per fama. Ed ecco un padre, mi sono detto, e tutto è stato molto semplice. Qui di seguito riproduco la mia breve presentazione.

Mi è stato chiesto di presentare brevemente Vittorio Sermonti, classe 1929. Suppongo che mi sia stato chiesto perché non lo conosco affatto. Di lui so o posso sapere quello che può sapere chiunque sia rimasto catturato da una sua lettura pubblica della Commedia, digitando il suo nome su Google o Wikipedia. Saprò, per esempio, edotto dalla Treccani, che fin “da bambino vedeva circolare, in casa dei nonni materni, a loro legati da vari gradi di parentela o affinità, Vittorio Emanuele Orlando (suo padrino di nascita), Alberto Beneduce, Luigi Pirandello”. Passi per Pirandello, e scusate se è poco, ma gli altri? Basti dire che sono tra gli uomini più insigni della seconda metà dell’Ottocento – statisti, economisti, letterati –, uomini che affondano ancora le proprie radici nel Risorgimento e nell’Unità d’Italia. Ed ecco, fin dalla nascita, troviamo un’incredibile sovrabbondanza, quella che non si conta coi soldi. Saprò, ancora – cito: “Che ha lavorato con tutti i maggiori attori italiani del secondo novecento” e con i nomi più prestigiosi in assoluto della cultura italiana: Niccolò Gallo, Giorgio Bassani, Cesare Garboli, Antonio Delfini, Pier Paolo Pasolini, Goffredo Parise “e molti altri”. Come “dantista” gode della stima e dell’amicizia di Cesare Segre e Gianfranco Contini, tra le massime autorità di filologia dantesca. E nella nota bio-bibliografica non si contano, a ogni periodo della vita di Sermonti, gli “ecc. ecc.” e gli “e altri/o ancora”. Ovunque si sovrabbonda. È scrittore, traduttore (di Plauto, Ovidio, Virgilio, Molière, Racine, Lessing, Schiller, Wedekind, Hoffmanstahl, Sartre, Hoffenbach, Rilke, Venanzio Fortunato, Machado ecc.), drammaturgo, poeta, romanziere, regista per la radio e la televisione, speaker, attore, giornalista, docente di italiano e latino al liceo e di tecnica del verso teatrale all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, traduttore di un ponderoso testo di economia finanziaria e perfino consulente CEE. E altro, e altri ancora.

Non aumenterò ulteriormente l’abisso che separa la mia generazione, e quelle successive, da un uomo che mi piace definire – con la preghiera di non fraintendermi: non si tratta di vetustà – “di un’altra epoca”. Non si tratta solo del fatto che io appartengo a un’epoca senza nessuna Storia, nessun patrimonio spirituale dietro di me, nessuna vera cultura radicata nei rapporti d’amicizia; io sono figlio dell’acculturazione e dell’antropologia strutturale, non possiedo che un “sapere” astratto e separato dalla vita, quello che si studia all’Università. La mia storia è simile a quella dai miei analizzanti, dove il romanzo di formazione, il Bildungsroman, cede il posto al racconto “minimalista”, quello di un Raymond Carter nel migliore dei casi. Ecco perché la vita di Vittorio Sermonti mi appare eccezionale, prodigiosa, anzi favolosa, completamente, irrimediabilmente fuori dalla mia portata. Dubito che a un uomo del nostro tempo, per cui ogni via da intraprendere appare fin dall’inizio già sbarrata, possa essere concessa la grazia, la forza, la sovrabbondanza, la libertà, la pietà di una simile vita e vitalità. Ecco perché Sermonti mi appare inanalizzabile. Inanalizzabile, intendo, come lo può essere un uomo che non appartiene all’epoca della psicanalisi, che è un’epoca dell’uomo senza qualità e senza Storia, forse perfino senza Kultur, senza civiltà e cultura. Azzardo, ma penso che se Sermonti è a “disagio” nella cultura, non è per le nostre stesse ragioni. Forse lui ci dirà per quali.

Non si tratta, dicevo, solo di questo. Ma piuttosto di quello che esprime questa considerazione di J. Salinger, uno dei padri del romanzo di formazione della nostra epoca: “Stare nell’esercito, dice Salinger, è peggio che fare la guerra”. Ecco: Vittorio Sermonti, al di là dell’anagrafe, è un uomo che ha fatto la guerra. Che cosa vuol dire “un uomo che ha fatto la guerra”? Quando sento parlare un uomo che ha fatto la guerra, dunque un uomo che non può stare nell’esercito, la mia vita, che, come quella di tutti, trema di freddo, si riscalda alla sua voce. Proprio per questo, solo un uomo che ha fatto la guerra è fino in fondo un uomo di pace.

Per salutarti (in morte di Vittorio Sermonti)

Per salutarti, vecchio amico, che fino a stamane, quando ho letto la notizia sulla «Stampa», mi parevi immortale. Fortuna ha voluto, caro Vittorio, che ci vedessimo di recente, ché altrimenti mai mi sarei perdonato, essendo a Roma nello scorso ottobre, di non essere passato a salutarti e di passare alcune ore insieme, a casa tua, con le nostre mogli, a chiacchierare piacevolmente del presente. Fortuna, così, mi ha concesso ancora di sentirmi contento della vostra compagnia, tua e di Ludovica.

Ti ho sentito e visto sofferente, è vero, ma comunque mi sembravi sempre immortale, con quel tuo sguardo curioso e divertito del mondo, che però sapeva anche farsi serio e severo, di un mondo abitato per lo più da stupidi. Ma anche questo era parte del gioco e della meraviglia: quel gioco tragico del vivere a cui si può opporre solo l’intelligenza dell’umorismo del vizioso che si accompagna con il tempo della solitudine in cui ci s’immerge nella lettura e nella scrittura: vizio capitale di chi passa la vita a scrivere e tradurre, ad amare le donne occhi pescosi, e quell’autore nelle cui mani (pagine…) si consegna la propria vita, con lo sforzo titanico e gioioso e generoso di ridargli vita, e pensieri che non aveva ancora pensato, largo respiro e voce per raggiungere ancora, come in un tempo immemore, folle curiose e anche desiderose di ascoltare colui che non avevano forse mai ascoltato.

Vittorio Sermonti
Vittorio Sermonti

E io con te ho davvero letto Dante perché, diciamolo, non l’avevo mai letto per davvero. In passato avevo letto solo dei versi senza voce, e la tua voce li ha resi di nuovo vivi; e quando la mia lettura seguì la tua voce tutto mi è apparso limpido e pulsante ancora di vita e di senso: hai saputo dare voce alla mia lettura della Commedia. Ti sono davvero grato per questo, come lo sono per il buon vino bevuto insieme.

Hai ridato voce a quell’Alighieri, Dante di nome e fiorentino per sorte maligna, ché in quella città di Firenze gli toccò di nascere, che è poi la sorte di tutti e di ciascuno nascere in un luogo di esilio anche se il caso, o altri, non ci caccia costringendoci ad altri luoghi. E qui, la tua vita, caro amico a riposo, la sapeva lunga.

In quella Firenze in cui studiasti e che esiliò a un certo punto voce e pensiero che tu ridonasti negli anni a Dante con tutta la forza dirompente della sua e tua tragicità; quella città di esili preferì, alla tua voce italiana calda e profonda, la voce fiorentina e sguaiata di uno sgangherato comico che nel diluire nelle risa il tragico canto tolse all’Alighieri la forza e la statura della sua poesia rendendola sterile all’ascoltatore. Ma così è Firenze: vende, e si vende, al miglior offerente del niente.

Una sera a cena a Firenze, di ritorno da Santa Croce dove leggevi Dante, in un momento di sfogo, e anche di rabbia perbacco e perché no: giusta!, dicesti che, finita quella lettura, a Firenze non ci saresti mai più tornato. E così anche in una cena a casa mia a Milano, con Sergio e Laura e le mogli inseparabili, parlasti con divertito dispiacere di quella città inospitale che aveva preferito il suo comico nazional-popolare al sommo Dante da ritrovare. E così fu. Al Dante tragico, da leggere, da ascoltare, da meditare, Firenze preferì un Dante ridanciano da intrattenimento serale. Esiliato un’altra volta, questa volta con l’esilio della tua voce. Non è così facile, amico caro, cambiare un destino anche se ci proviamo per una intera vita.

E mi apparivi immortale anche quando, qualche anno fa, chiacchierando noi sulla morte, mentre ti affermavo sicuro di cose lette e sentite che la morte non esiste ma solo dei morti, tu sornione e anche un po’ divertito mi dicesti che, forse, neppure i morti esistono. Confesso di non aver capito subito. Ma non ci volle molto perché mettessi insieme i cocci. Vero! Diamine, i morti non esistono! Freud aveva torto! Esistono soltanto nomi, quelli ci restano, di persone che (è semplice!), per quanto ci dispiaccia, non vedremo più. Ma non è che un’evenienza. Il dispiacere si assorda nel breve tempo, e il nome entra nei nostri racconti insieme ai ricordi di presenze e gesta, un po’ vere e un po’ inventate come avviene nella ricostruzione dei ricordi.

Ma il corpo, che solo una credenza ci dice non esser più, resta avvolto nel mistero della terra e in quella terra nuova di altra vita, altre trasformazioni lo riportano alla sua essenza primordiale. Morte è solo una parola che serve ad alimentare la superstizione religiosa della cui stratificazione millenaria è difficile liberarsi, ma chi se ne sa liberare è uomo libero. E questo mi eri apparso, libero e perciò immortale. Hai lasciato tutti per vivere il mistero della terra, il più insondabile il più irrappresentabile, quello inenarrabile. Quello di cui lascerai ad altri la narrazione fantasiosa di chi non lo potrà vivere. Hai scritto che ti saresti preso qualche giorno di riposo, avevi ragione, solo qualche giorno, forse una settimana se contiamo il funerale, ma poi ricomincerai subito con l’infaticabile lavoro del corpo.

Ti saluto, dunque, amico mio immortale. Vai libero a sondare il mistero della terra, ché il tuo ricordo non ci verrà meno. E chissà se, quando toccherà a me di avventurarmi in quel mistero profondo e irraccontabile della terra, noi non ci si possa rincontrare di nuovo per caso come quella prima volta a Milano quando insieme ci toccò di presentare il bel libro di Gabriella alla Feltrinelli di via Manzoni: e sarà grande festa.

Sai, dicono da molto tempo, ma, come al solito, è voce incontrollata, che verrà il giorno in cui tutti ci rincontreremo. Per ora mi accontento di leggerti ancora e di approfittare dei tuoi vizi. Giovanni.

La forza del cestino

Mario Pannunzio, il mitico direttore del «Mondo», raccomandava, esigeva, che si ricorresse il meno possibile alla maiuscola. Perché l’enfasi, la coda del pavone, i girotondi intorno all’ombelico, lo slogan (la parola ridotta a slogan, moraviano bersaglio) confondono e nascondono questo e quel cuore di tenebra.

Giovanni Arpino
Giovanni Arpino

Si lamenta – una geremiade ospitata su «La Stampa» –  che la letteratura italiana «non scriva più le maiuscole», a differenza delle consorelle straniere. Ma gli scrittori nostrani, le migliori energie, hanno preferibilmente evitato gli incensi. Come tradurrebbe Sciascia: «le evasioni e gli arabeschi», Sciascia non a caso. Lo stendhaliano Sciascia, consapevole che la letteratura discende per li rami della cronaca (il sottotitolo di Il rosso e il nero è «cronaca del 1830»). La cronaca a cui rimanda naturalmente il giornalismo, soprattutto il giornalismo inteso come «écriture», mai arreso alla routine. Ecco Mario Pannunzio, ecco, attraverso Pannunzio, la raccomandazione mai arrugginita di Emilio Cecchi: «Il giornalista in sé e per sé è men che nulla se non consente ad essere qualcosa come uno scrittore e un controversista, uno storico e un polemista», se non «si rassegna a dipendere da Swift e da Machiavelli, da Pascal, da Demostene e da Sant’Agostino».

Certo, se si invita a riscoprire la maiuscola per indicare l’urgenza di raccontare la necessità come non concordare? Ma – si perdoni il gioco di parole – non è necessario amplificare la necessità accantonando la minuscola. Purezza, la «Purity» di Jonathan Franzen, il romanzone da cui muove la doléance sul quotidiano torinese, non ha forse il pregio di indurre a riaprire L’ussaro sul tetto di Giono, un provenzale inno alla purezza che non sopporta squilli di tomba?

Nel nostro pantheon letterario, ai vertici, c’è sicuramente Guido Piovene. Già negli anni Settanta (sarebbe scomparso nel 1974) avvertiva che «la crisi del romanzo è vera perché comincia dalla vita», vita, non Vita, la céliniana ricerca della perla nel fango, non l’immaginifico roteare intorno alle apparenze.

Dov’è la vita nelle pagine degli scrittori o sedicenti scrittori italiani (e non solo) del nostro tempo? Si evocano i Calvino e gli Eco. Sarebbe il caso, qualche volta almeno, di ritornare a uno scrittore che Piovene prediligeva, in lui riconoscendo «un impavido indagatore del presente», Giovanni Arpino.

Arpino che non evitava «l’inferno umano» («L’unico vero inferno è il presente, miserabile e però insostituibile»). Arpino che non esitava a togliere il saluto a coloro che «fuggono nei secoli andati o si precipitano in quelli futuri o insistono coi loro mesti rintocchi da pieve antica». Arpino che aveva in serbo una somma lezione per chi – italiano o non – vuole avventurarsi nel teatro della letteratura, non ristagnando nelle anticamere, non baloccandosi con alfabeti puerili, dissennati, rozzi, veri monumenti all’allibire, riflessi del nulla (per carità, con la minuscola). Quale lezione? La forza del cestino (il cestino così necessario per approdare – ma sì, si ricorra alla maiuscola – alla Necessità).

Il primo biografo di Baffone

All’origine l’antistalinismo — da cui in ultimo germoglierà l’anticomunismo moderno, da George Orwell ai «neocon» — è una delle innumerevoli eresie leniniste.

A certificarlo è la prima, importante, e per molti versi mai superata, biografia critica del padre dei popoli, l’uomo che i discepoli più stretti chiamavano «il padrone»: lo Stalin di Boris Souvarine (Adelphi 2003). Stalin esce nel 1935, dopo molte vicissitudini editoriali: l’editore americano, che lo ha commissionato, rifiuta di pubblicarlo per non avere guai con l’ambasciata sovietica, in Francia Gallimard prima lo accetta e poi ci ripensa su consiglio di André Malraux (che all’epoca è un “compagno di strada” del corifeo della scienza, non ancora di De Gaulle). Opera d’un ex segretario dell’Internazionale comunista, il trotzkista Boris Kostantinovic Lifsic, in arte Boris Souvarine, Stalin è un libro interno al campo rivoluzionario, un libro marxista, volendo anche un po’ ingenuo. Stalin vi figura nella parte d’un restauratore del capitalismo e d’un traditore del proletariato socialista. Sono esattamente le stesse accuse che il segretario generale sta lanciando contro i suoi nemici sotto processo a Mosca. Ma Stalin è anche il primo libro in assoluto che renda conto della tragedia sovietica senza annacquarne gli orrori. Per questo è un libro originario, dal quale sono infine rampollati tutti gli altri, su su fino ad Arcipelago Gulag.

Sono i trotzkisti per primi, già all’inizio degli anni venti, a scendere in campo contro Iosif Vissarionovic Dugasvili detto Stalin e i suoi soci d’affari nell’ufficio politico bolscevico, i vari Bucharin e Kamenev e Zinoviev, che all’inizio appoggiano Baffone, convinti che la torta del potere sarà divisa in parti eguali, ma che si ricrederanno in fretta e che alla fine dovranno raggiungere i trotzkisti all’opposizione. Come Trotzky, di cui volevano la rovina, anche loro sono destinati a morire male, liquidati da Stalin e dal suo apparato cannibale di cekisti e di magistrati senza vergogna. All’inizio, del resto, prima di trasformarsi in una guerra per la rigenerazione di tutte le Russie attraverso il genocidio e la distruzione sistematica d’interi popoli e classi, quella di Stalin è soltanto una lotta per il potere tra eredi di Lenin, una sanguinosa ma tradizionale guerra per bande. È per questo che i suoi primi nemici e rivali sono tutti i marxisti e leninisti doc suoi avversari politici al vertice della nomenklatura. Gli vogliono soffiare il controllo della Cupola rivoluzionaria e Stalin non ci sta. Di qui le campagne di rettifica, poi le persecuzioni e le purghe, infine i plotoni d’esecuzione. Di qui anche le prime denunce pubbliche del regime stalinista di terrore, le scissioni dei partiti comunisti extrasovietici, i gruppuscoli militanti del comunismo di sinistra votati all’antistalinismo puro e duro, a cominciare dalla Quarta Internazionale trotzkista. Di qui anche la lenta ma inarrestabile deriva del comunismo di sinistra verso l’anticomunismo.

Nato a Kiev nel 1895, Souvarin visse sempre a Parigi, dove suo padre era emigrato all’inizio del secolo. Tra i fondatori del partito comunista francese, amico dei principali capi bolscevichi che avevano trascorso anni d’esilio in Europa, a metà degli anni venti trascorse qualche tempo a Mosca, dove occupò un importante posto a tavola alla mensa della nomenklatura comunista. In URSS vide le streghe dell’oppressione e del delirio classista, un trauma che lo segnò per sempre. Militò per qualche tempo nei gruppuscoli del comunismo di sinistra, insieme ad altri transfughi della rivoluzione internazionale, poi si dedicò molto più assennatamente allo studio della rivoluzione bolscevica e delle sue derive apocalittiche. Studiò Stalin e la sua epopea dall’interno. Entrò nei pensieri dell’autocrate come un telepate da romanzo di fantascienza. Anche se continuò a difendere, fino all’ultimo, la versione leninista del marxismo e la memoria del padre fondatore, fu proprio la sua conoscenza del leninismo a permettergli di capire Stalin e la società dantesca, irredimibile, che gli cresceva intorno. Morì nel 1984.

Sembra che in Russia, alla fine degli anni trenta, circolasse una copia tradotta del suo libro. Era proprietà personale di Stalin. Del traduttore si dice che fu liquidato con un colpo alla nuca nei sotterranei della Lubianka.