Incontri possibili

A Correggio in Piazza Francesco c’era la  curiosa sartoria Soffici dove si davano appuntamento artisti più o meno coetanei.

Maso di Banco allestiva le vetrine e Lucio Fontana andava a farsi cucire i tagli da Andrea del Sarto. Del Guercio invece la evitava perché spesso era frequentata dal Guercino.

Qualche volta capitava che qualcuno portasse prelibati piatti, Sebastiano Ricci arrivava con degli spaghetti e Francesco Cozza con dei gamberi.

Il Sodoma vi passò per assaggiare un Parmigianino sul Carpaccio.

Antonio Badile, amante di Antonio Campi, un giorno disse che a Brindisi dei Soldati armati di Tamburi e Pistoletto stavano sparando a Paolo Uccello con delle freccette di Antonio Balestra.

Pietro Bracci, dai gambi corti, replicò: “Füssli che Füssli la volta bona!”.

Un giorno un uomo Aalto e Nigro venne a bottega e raccontò la storia di un Cantatore Greco al quale mancava una Rotella e di un manipolo di guerrieri sulla Costa del Fiume che dicevano che ci sarebbe voluta la protezione di Angeli custodi e la cura di Dottori. Si fermarono sotto un Albers mangiando Del Pezzo di Pomodoro e del Nespolo. Sopra un Sassu il Paladino Clemente incise con ferri di Fabbri le parole: “Che Dio ci Guidi”. All’improvviso giunse una Vedova in Bianco urlando: “State attenti che il Burri non si Cagli!”

L’apoteosi fu raggiunta durante una gran festa quando Botticelli esclamò: “Che Bellini quei Martelli in Lega di Bronzino!”.

Il Pollaiolo volava su Jacopo della Quercia, felice di aver messo Radice in profondità.

Fuori, dal Piazzetta al Canaletto, ci passava un Lotto.

Medardo Rosso, che ne aveva abbastanza di Rosso Fiorentino, considerava le manine di Segantini troppo piccole per i polsi di Tiberio Calcagni.

Ma ci fu una gran confusione quando si scoprì che Andrea Sacchi se la faceva con lo Squarcione.

Pas d’adieu

“Ti insegnerò, mia anima,
questo passo d’addio…”
Cristina Campo

 

Ogni addio compiuto ha varcato una soglia e diventa misura del tempo per ogni «storia smisurata», antidoto contro la presunzione di eternità di una vita, di un legame.

Dire addio oltrepassa il potere della parola, della nostalgia e del rimpianto, figli dell’amore perduto che per un tempo infinito ha continuato a sedurre e catturare dolcemente.

È nella poesia che Graziella Savoldi cerca questa misura, in una lotta con la parola che in questo tempo della sua vita ritrova spoglia, disabitata da una voce, come ogni traccia del passato che incontra nel suo andare. Poesie erranti che cercano casa in un paesaggio inciso da una storia primordiale scavata dal tempo, forme di minerali nella roccia, stalattiti rinchiuse nelle grotte, elementi che da tempo immemore custodiscono l’estraneità che insiste nelle cose. Un’estraneità che appare a torto addomesticata dall’illusoria familiarità di un bosco, dal corso inarrestabile di un fiume, da un cielo stellato. Ma passo dopo passo, questo paesaggio diviene inquietante, silenzio senza presenza, ostile perché resiste al ricordo, preferendo narrare del cammino di quei due viandanti che cercavano insieme «una strada nell’infinito» e hanno trovato invece «l’inconsapevole corsa» che porta su strade diverse.

Se il silenzio appartiene ad ogni congedo, poiché fa i conti con una parola perduta, sempre evocata, orfana della voce, del tocco dell’altro; il ricordo è balsamo per la memoria, perché fa accadere l’accaduto ancora una volta, riordinando quelle tracce e quelle impronte, quei suoni e quegli sguardi che l’assenza rapisce, e consuma avidamente. Allora, nel paesaggio che arresta il suo divenire troviamo, come cristalli nella roccia, i reperti di un sogno spezzato; ripercorriamo i cammini nella conta dei passi, come in un’antica mappa che non può guidarci al mutar delle cose: “ritorno sull’acqua passata e cerco nell’acqua più fonda un luogo dove nacque l’addio”. Ma l’acqua del fiume porta via irrispettosa ogni residua possibilità.

È un aggirarsi tra tracce dissipate (20) in cerca del luogo dove quell’addio è incominciato, per poterlo finalmente nominare, fermare, custodirlo, trasformandolo in un altrove dove le parole non dette “rimaste nella… bocca” possano avere un’altra possibilità, ritrovare la fenditura di una voce per vivere ancora tutte le occasioni mancate. Uno sguardo distratto, un cammino incerto hanno trattenuto invano quel bene perduto “inciampo sempre nei passi non fatti”. (31) Si cerca l’antica forma creata dagli occhi di un altro, rubata a uno sguardo catturato allo specchio, come un vestito da indossare ancora, ingannando il tempo.

Ma è concesso alla parola, unicamente alla parola, speranza di durata, affidandole le tracce preziose di un incontro, come sigillo o voto mai pronunciato?

Come l’acqua del fiume le parole andarono. E non tornarono più”, disabitate dalla voce dell’altro.

Eppure quell’incontro aveva inaugurato un tempo inaspettato, nomi nuovi che spezzavano la storia, un cammino inedito che risveglia una “lingua non parlata” rimasta in attesa; si schiude per la prima volta qualcosa di ignoto di cui solo un altro possiede la chiave. «Il tocco delle tue mani portava il richiamo della lingua non parlata». (p.11) Un nuovo creato prende forma quando la parola si addensa della potenza dell’altro che reinventa le cose, del suo sguardo, del suo riso: «Una risata… che irrompe e conquista la terra» (39), una terra inviolata, luogo di privilegio degli amanti «dove ogni piede alzato fu un passo. E inventò la strada», ma «in punta di piedi la vita ci piegò tra preghiera e peccato».

In agguato, senza farsi sentire, all’insaputa degli amanti, la vita spezza il filo dell’aquilone. Non bastano più mani di bambino a trattenere l’amore, perché «il serpente e l’albero della vita svaniscono nell’ombra».      Cacciati dall’Eden e condannati al mondo, rimane agli amanti solo l’eco lontana e irresistibile di ciò che è stato, come canto di sirena che li condanna a cercare ancora tra quelle macerie, in una terra d’esilio oscura e dolente.

Ma forse è proprio in esilio, all’ombra di una certa luce che aveva abbagliato, che ci è concesso di lasciar andare l’orgoglio, la pretesa nei confronti di un altro, l’illusione di essere quella tessera indivisibile e necessaria al suo esistere, quell’irrinunciabile pezzo mancante. Si ripete, allora, inesorabilmente il precipitare improvviso e senza fiato che appartiene già ad ogni infanzia, ad ogni bambino che impari a giocare con l’assenza. Gioco inconsapevole che inaugura un altro cammino, quando tace ogni domanda insistente e si distrugge il patto misurandosi con l’impossibile di ogni esistenza umana.

Nella poesia di Graziella Savoldi prende corpo una simile impresa: perduto ogni luogo e ogni tempo anche il paesaggio si rinchiude come il desiderio  «lama affilata che taglia il giorno e la notte».

Ora che il patto è sciolto, le tessere divise e l’altro introvabile, non bastano due mani che si annodano per scongiurare l’impossibile, filigrana invisibile della vita dell’uomo. Essa rivela nel silenzio che “Io. Tu. Noi… Nessuno. Siamo rimasti miraggi. Vacillanti nell’aria calda dell’estate”. (25) Il silenzio ne aveva annunciato la sorte, separando, come squarcio crudele, i due viandanti per riportarli nella storia.

Si spegne così la luce accecante delle infinite strade che si erano aperte e rimane solo l’ombra di un’assenza.

Tra le mille possibilità di una vita, una sola può essere presa, coltivata, desiderata, una piccola vocazione che tagli via ogni paradiso perduto. Proprio qui costruiamo ogni volta il luogo dell’addio, come per un appuntamento irrevocabile, quando un passo si muove e va oltre.

Sei sculture

Oggetti volanti su fondo rosso (tela garza, acrilico smalti su tavola; dimensioni: 230x130x10)
Figura con meteore (tela, rame, cemento acrilico smalti su tavola; dimensioni: 230x130x20)
Appunti di viaggio (tela, garza, acrilico smalti su tavola; dimensioni: 230x130x5)
Guardiani attorno ad un covone (garza, metallo, gesso, legno, stoffa acrilici smalti; dimensioni: 220x75x75)
Viaggio dell’idolo verso la meta (rame, legno, acrilico, smalto, ferro; dimensioni: 120x150x45)
Totem circondato da 5 animali (rame, legno, stoffa, acrilici, smalti; dimensioni: 180×65 totem, animali 120x45x140)

Giuseppe Novello e Il Guerin Meschino

Giuseppe Novello (Codogno 1897 – 1988) è stato uno dei più grandi disegnatori umoristici italiani del Novecento, le cui vignette hanno varcato i confini nazionali, per confluire in libri, albi e riviste, tedesche, spagnole e francesi.

Nel 1929 grazie al successo di La guerra è bella ma è scomoda, 46 tavole – come la 46° compagnia del battaglione Tirano di appartenenza di Novello durante la Ia Guerra Mondiale, dove fu ufficiale degli Alpini e con il testo di Paolo Monelli (Fiorano Modenese, 1891 – Roma,1984) col quale per lungo tempo ha condiviso numerose imprese editoriali -, approda al «Guerin Meschino» fra i maggiori giornali umoristici del tempo, in un periodo nel quale dopo le leggi emanate dal Fascismo dal 1922 al 1925, per limitare la libertà di stampa, era difficile fare satira di impegno politico e la maggior parte dei giornali umoristici si dedicava a quella di costume.

Nella Guerra è bella ma è scomoda il disegno di Novello è sintetico, calligrafico e brulicante, ricco delle figurine caricaturali degli alpini, di intensa stilizzazione, simili alle figurine di Attilio Mussino comparse sul «Corriere dei Piccoli» negli anni della Grande Guerra. A metà del 1929 Novello inizia la breve collaborazione (un semestre circa) al «Guerin Meschino» la storica rivista umoristica milanese fondata nel 1882, che ha avuto fra i suoi disegnatori Luigi Conconi, Amero Cagnoni, Aldo Mazza, Giuseppe Russo (Girus),  Giovanni Manca, Vellani Marchi, e molti altri maestri ed amici di Novello.

Il ritorno del Parini

La prima tavola di Novello sul «Guerin Meschino» compare nel numero del 9 giugno 1929, ed ha per titolo Il ritorno del Parini. La tavola satireggia le esuberanze atletiche contemporanee del giovin signore: aeroplano, moto, sci, calcio. Un disegno molto ricco di movimento, a più quadri, con il giovin signore e la caricatura del Parini e la didascalia: «Mi rallegro giovane signore della mollezza ben guarì… Piuttosto mi spiacerebbe che, per troppo ardore, ora cadesse nell’eccesso opposto».

Dopo l’abolizione dei concorsi di bellezza

Il 16 giugno Dopo l’abolizione dei concorsi di bellezza, un disegno bipartito prima fanciulle discinte, poi con lunghe gonne, didascalia: «Le Ex-Reginette- Basta le gonne un po’ più in giù per concorrere ai premi di virtù».

Sul campo di battaglia derattizzato

Il 30 giugno, Sul campo di battaglia derattizzato, interno novelliano con personaggi che si turano il naso e cercano ogni dove (nel pianoforte, sotto e sopra l’armadio…) un topo morto. Didascalia: «Il disperso».

Le nuove vetture tranviarie

Il 7 luglio Le nuove vetture tranviarie, scienza bipartita, in alto una signora obesa con la testa impigliata nella porta di entrata e in basso il pigia pigia dei passeggeri in uscita sparati verso il cielo. Battuta: «Caricamento e sparo: ecco i momenti del nuovo tram da 420». Così per una trentina di tavole per un semestre, a commentare gli avvenimenti del tempo. La didascalia o la battuta è spesso in strofette a rime baciate o alternate al modo del «Corriere dei Piccoli» e in particolare del Signor Bonaventura di Sergio Tofano-Sto (1886 – 1973); personaggio nato dalla mente di Sto nel 1917.

I musei a sbafo

Altro esempio oltre a quelli già citati sopra: «I pesci, il pan moltiplicato hai / Ma il pubblico così, Maestro, Mai!» (Musei a sbafo, 4 – 8 – 1929). Il disegno riproduce un esilarante e caotico pubblico davanti all’Ultima cena di Leonardo. Questo uso delle rime andrà a perdersi nelle battute e didascalie degli anni successivi. Il buon Todde del suo volume ci avverte: «A Novello però, il compito di commentare settimanalmente gli avvenimenti della cronaca o della politica, milanesi o nazionali, non è né congeniale né gradito: Novello punta sul costume (vedi le due tavole per L’Almanacco sonoro e cantato del Guerin Meschino, supplemento al n. 50 del 15 dicembre). La conclusione è che Novello dopo sei mesi, viene “congedato”: “Sono stato licenziato per scarso rendimento” dice, abbassando gli occhi con l’aria di uno scolaro bocciato agli esami. Ma aggiunge subito: “In seguito (dopo l’uscita – fortunata – del Signore di buona famiglia) hanno insistito perché tornassi. Ho detto di no”». Collabora brevemente al «Giovedì» e poi dal 1932 al «Fuorisacco», supplemento della «Gazzetta del Popolo», fino al 1939.

Lettere d’amore

Donna che scrive una lettera (Vermeer)

per M e M
sempre all’altezza del cuore

 

Inchiodato alla responsabilità di una risposta che non sapeva dare, M si guardava attorno, distratto. Il mento sulle ginocchia, la schiena incurvata. La posizione – scomoda, in verità – favoriva il ricordo di M.

Dove si erano conosciuti? Leggi tutto “Lettere d’amore”

La Festa (poesie inedite)

Le sale

hanno facce in colori come teli
su cui si danno i film dentro le sale,
i tipi nelle strade lungo i muri.
e vanno negli spazi avantindietro
uguali a stringhe che di foro in foro
allacciano le scarpe in qualche modo,
attorno al duomo in marmo a vene rosa,
pensando forse manca qualche cosa.

 

La fede

e non si estirpa mai la fede eterna,
è il maggiore mistero che sia noto
e qualunque violenza infine è poco.
la truculenza ha varie fantasie
tra lame, corde e raffiche di spari
pure i persecutori fanno pena,
non sanno proprio più che male ordire
che tanto, come ruote con i buchi,
si afflosciano le loro arcaiche mire.

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Il cammino. Un dialogo

Paesaggio italiano (Camille Corot)

“Senti le mie scarpe che urtano sulle pietre”.

“Ti seguo, nel buio vedo la tua sagoma. Vedo anche le ombre del bosco”.

“Ci sono lecci e ginepri, tutt’intorno, e anche faggi. Quell’ombra più cupa è forse un castagno”.

“Sì, dev’essere un castagno, dev’essere a questo punto che si entra tra i castagni”.

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Le biciclette di Duchamp ovvero l’arte concettuale come trasformazione in O

Qualche tempo fa una vecchia allieva e nuova amica, Alessandra Pistillo (ora copywriter e consulente di comunicazione), metteva online (su Facebook, il 15 ottobre 2016) la foto di un’opera appena vista nel Museo Pecci di Prato: la famosa Ruota di bicicletta di Marcel Duchamp. La foto – che qui riproduco – era accompagnata da un delicato commento sull’emozione che poterla guardare da vicino, nell’originale, le aveva prodotto. Manco a dirlo – a più di un secolo dalla prima versione dell’opera! – si è scatenata una folla di “amici” (che probabilmente ignoravano l’esistenza sia dell’opera che dell’Autore) con una serie di commenti tristemente prevedibili del tipo: “che roba è?”, “questo lo sapevo fare anch’io”, “e la chiamano arte”. Mi sono chiesto, allora: perché non sono d’accordo? E ancora: che cosa ispira commenti di tal fatta?

Ruota di bicicletta (Duchamp)

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Quando Freud disse no a Hollywood

Il 14 agosto 1925, mentre Hollywood sta vivendo una delle sue più incredibili stagioni cinematografiche, Sigmund Freud scrive a Sándor Ferenczi, suo amico e collega, a proposito della pratica, che stava sempre più prendendo piede tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, di far prolificare la contaminazione tra psicanalisi e cinema:

La riduzione cinematografica sembra inevitabile (…) e, personalmente, non voglio avere nulla a che spartire con storie di questo genere.

Samuel Goldwyn Studios

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La città dolente

0. Il trionfo maniacale della “soggettività” corrisponde ad una evacuazione massiva del reale; vi si sostituisce una “realtà” immaginifica intrinsecamente negazionista. Il negazionismo è la peggior forma della negazione e nel contempo l’epitome del relativismo: la più ignobile versione del collaborazionismo.

Postilla: Il negazionismo “neutralizza” il negativo favorendo “l’incistarsi nel sociale” di quel che Roberto Cheloni chiama gli “enunciati del fondamento” divenuti un sistema efficacissimo di produzione ideologica della contraddizione. (R. Cheloni, La società maniacale. Paradigmi e paralipomeni per un suo avvento, Canova, Treviso 1996).

G. Sirena, La città dolente, olio su tela, collezione privata Orvieto

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